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Restituire ai tifosi il controllo sui club.

La proposta del Labour per la Premier League

Visti i tifosi che si riversavano in massa sui campi di calcio nel weekend per la ripresa del campionato, non era difficile affermare che lo sport nazionale sta vivendo un vero e proprio boom. La Premier League punta ad avere stadi pieni per oltre il 95 per cento della loro capacità. Un nuovo accordo sui diritti Tv supererà i 5,5 miliardi di sterline raccolti la scorsa stagione. Il calcio è onnipresente, e penetra in ogni angolo della vita.

Tuttavia il gioco è preda di un paradosso: mentre gli stipendi dei giocatori sono schizzati alle stelle, i tifosi si sentono sempre più privi di voce in capitolo. Solo dal 2011 i prezzi dei biglietti, già ai massimi, sono saliti del 16 per cento, e un abbonamento all’Arsenal può costare oggi più di 2mila sterline.

I tifosi cominciano a dubitare di potersi permettere la loro passione e guardano ardentemente alla Bundesliga tedesca. Lì, la cosiddetta regola del “50+1” prevede che l’associazione o il club debba avere una quota di maggioranza della proprietà, precludendo agli investitori economici stranieri la possibilità di acquisirne il controllo. La responsabilità della gestione è stata mantenuta, i prezzi dei biglietti sono rimasti bassi, e il legame tra club, giocatori e tifosi è stato rafforzato.

Nel calcio come nella finanza, i vantaggi di una deregolamentazione incontrollata del mercato sono stati dati per scontati troppo a lungo – e non soltanto alla destra dello schieramento politico. La parabola del rapporto del Partito Laburista con il calcio costituisce, per certi versi, la storia del suo recente passato. Tony Blair abbracciava entusiasticamente il capitalismo selvaggio della Premier League prima che Gordon Brown si chiedesse tardivamente se quest’ultimo non si fosse spinto troppo oltre. Ora, come parte di una più ampia promessa di delega alle comunità, il partito di Ed Miliband si è impegnato a concedere alle organizzazioni dei tifosi oltre un quarto dei posti nel consiglio d’amministrazione dei club, e a consentire loro di acquistare delle quote quando le azioni passano di mano. Idee come queste vanno incoraggiate.

I progetti di riforma non basteranno a colpire l’ultra-commercializzazione. Potrebbero non frenare i tipi alla Vincent Tan, che ha cambiato le strisce del Cardiff City dall’amatissimo blu al rosso perché in Asia il secondo avrebbe funzionato meglio. Ma esprimono la consapevolezza che il calcio è più che un affare, e i tifosi, più che clienti, e in questo senso sono attesi da tempo immemorabile.

Dal 1998, quando il governo del New Labour creò una task-force per il calcio con a capo David Mellor, l’ideale di un coinvolgimento dei tifosi è rimasto in sospeso. Ma a quei tempi gli organi di governo del calcio respinsero qualsiasi proposta di tifosi nei consigli d’amministrazione come “irricevibile”, proprio come oggi la Football League si domanda se i tifosi siano in grado di assumersi questa responsabilità.

All’apice dello sconcerto per il crack finanziario a Portsmouth, Liverpool e altrove nel 2010, la coalizione parlò di un conferimento di poteri ai tifosi. Quattordici club – tra cui Portsmouth e  Swansea – sono diventati interamente o parzialmente proprietà dei tifosi, ma a dispetto delle promesse Whitehall ha fatto poco per favorire questa tendenza. I Laburisti sostengono che stavolta sarà diverso, e si sono ufficialmente impegnati a legiferare al più presto in un nuovo parlamento.

Per conservare una qualche credibilità tra i tifosi (per non parlare degli elettori) che si sono fatti cinici, i Laburisti devono mantenere gli impegni nel caso vincessero le elezioni. Il calcio, per parte sua, dovrebbe abbracciare l’idea di una riforma attesa da tempo, a prescindere da chi trionferà l’anno prossimo, se la squadra blu o quella rossa.

da mondocalciomagazine.it ripreso da The Guardian articolo pubblicato il 19 ottobre 2014. Traduzione di Luca de Luca