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Extra Time Rossoblù | ‘Ntissicare

di Fabio Guarini

Quanta “voglia di”, quanta leggerezza. Le settimane passano, il Taranto resta più o meno lo stesso. Sviluppa sempre qualcosa di nuovo, ma non è mai abbastanza. Finisce per ‘ntissicare, deperire, striminzirsi nella classifica, nelle velleità, nelle speranze. Il termine è salentino come il derby di domenica, condotto in porto dai cugini leccesi, concreti capolista di un girone con poca middle class.

GLI UNDICI

L’esigenza di contenere al meglio, la volontà di giocare con rapidità. Fabio Prosperi sceglie il 4-4-1-1 rilanciando Stendardo al centro della difesa, affiancandogli a sorpresa Nigro. Pambianchi slitta sull’esterno, coprendo le spalle di Potenza. Il trequartista-tattico è Paolucci, la monopunta Magnaghi.

Padalino la prepara aspettandosi un Taranto con la difesa a 3 (e quindi a 5), lo si intuisce dalla scelta delle ali: nel 4-3-3, al fianco di bomber Caturano, la fantasia di Lepore e l’esplosività di Doumbia. Il vice-Cosenza è Drudi, Ciancio e Contessa sono i terzini offensivi, Arrigoni è il playmaker.

START

Il Lecce s’aspettava un Taranto rintanato nel 5-4-1 come il Taranto la presenza di Pacilli e Torromino sugli esterni. In situazioni del genere è sempre la squadra più forte ad avere per prima la capacità di adeguarsi al contesto e questa partita non fa eccezione. L’attacco asimmetrico del Lecce soprende il Taranto. Caturano pensa a giocare coi compagni, si interfaccia con ali e mezz’ali per portarle in zona gol o invitarle a provarci dalla media distanza. I leccesi manovrano a lungo, dunque. Giocano al gatto col topo, aspettando che siano la foga e la disattenzione a punire i padroni di casa. O l’approssimazione. È l’undicesimo e basta un giro-palla pulito da sinistra verso il centro per regalare il gol alla capolista. Da Contessa a Doumbia, poi a Caturano che è spalle alla porta e scarica su Tsonev: botta secca da fuori area, traiettoria di difficile lettura che sorprende oltremodo Maurantonio. È talmente tanto lo spazio ai fianchi di Sampietro e Bobb e davanti a Stendardo, da lasciare di stucco: ciò che colpisce è la cedevolezza dei rossoblù.

IL FOCUS SUL MATCH

Il Taranto ha lavorato molto sui calci da fermo e finalmente riesce a proporre interessanti soluzioni difensive e offensive. Come dirà Padalino a fine gara uno dei principali motivi del successo della sua squadra risiede nell’aver disinnescato il gioco aereo degli ionici sulle situazioni da palla inattiva.

Per la prima volta dall’inizio del campionato Paolucci è schierato nel ruolo che predilige sin dal primo minuto. A Reggio Calabria i rossoblù segnarono proprio con una combinazione fra il trequartista e Bollino, con una situazione di gioco studiata per il 3-4-3 ma evidentemente più fattibile con distanze ravvicinate. In questa partita è duplice lo scopo della scelta di Prosperi: il 5 è lì per scambiare con gli esterni più rapidi e talentuosi ma anche, forse soprattutto, per seguire come un’ombra il play avversario Arrigoni (gli riuscirà poco).

I movimenti incontro di Caturano non vengono accompagnati dall’uscita di uno dei centrali rossoblù: il Lecce riesce con pazienza a procurarsi lo spazio tra le linee per cercare la conclusione e, più in generale, a girare palla con efficacia e grande calma. Giosa giganteggia in retroguardia, dimostrando di essere di ben altra categoria.

 degiorgisegue

Il calcio è una cosa semplice. Il Lecce non fa proprio nulla di trascendentale, è l’elogio della semplicità. Tsonev conduce palla con invidiabile libertà fino al limite del box, Doumbia taglia verso il centro dell’area e viene accompagnato: De Giorgi, leccese che forse sente troppo la partita, dimentica l’esistenza di un concetto chiamato “fuorigioco”. Si apre una prateria clamorosa per questi livelli di calcio, ma a Mancosu tremano le gambe e la conclusione si perde sul fondo. Per l’ennesima volta l’ennesimo giocatore schierato in difesa nei rossoblù legge male la situazione. Alcuni dei componenti della rosa sembrano programmati per fare/non fare una sola cosa per volta. Il codice binario.

Al 47’ l’episodio che fa gridare allo scandalo. Potenza calcia all’improvviso da lontanissimo, Gomis legge male il rimbalzo e poi rimedia togliendola dal sacco: ma già da dentro? Che sia per fortuna o una finezza, la decisione di arbitro e assistente sembra corretta. Appellarsi a quel gol, a una presunta sudditanza psicologica dei direttori di gara è esercizio populista che piace tanto a chi non vuol crescere.

Nel secondo tempo il Taranto ci prova come può, ma perlopiù con conclusioni dalla distanza, fra cui tre tentativi del solito Bobb. Il gioco è più manovrato, si ricorre a meno lanci lunghi rispetto ai primi 45’ (17-10) e aumenta la produzione offensiva: sono 12 le conclusioni contro le due del primo tempo e non varia la precisione nel centrare lo specchio (50%). Ma gli ionici non danno mai realmente l’impressione di poter raddrizzare l’andamento della contesa. Il Lecce si difende, inserisce Torromino e spreca azioni alla mano: ha il merito di non scomporsi, non accelera per chiuderla ma non demerita mai da rischiarla.

Quando Padalino butta nella mischia il terzo centrale (Vinetot) per mettersi col 5-3-2, Prosperi avanza Stendardo in prima linea ma, paradossalmente, toglie l’unica punta (Magnaghi) per inserire Balzano. Si preferisce sperare in un destraccio del nuovo entrato, abile (?) nel tiro dalla media distanza, piuttosto che tentare col doppio pivot. Sarebbe stato troppo mainstream evidentemente…

FORWARD

Non sono esclusioni eccellenti, continui cambi o estemporanee soluzioni strane per essere strane a rendere credibile un qualsiasi tecnico che siede in panchina. Il calcio del Lecce, squadra che pure è di un altro livello, è tremendamente semplice, tanto da esser quasi sempre efficace. Nel calcio l’organizzazione è il presupposto basilare, ancor più importante del talento dei singoli. Eventuali intuizioni rappresentano il valore aggiunto, ma mai possono sostituire o coprire lacune nel know-how di un collettivo. Bisogna trovare una via, un modulo fisso, stabilire gerarchie. Almeno nel calcio non sono tutti uguali, sarebbe una cazzata crederlo. Chiedere a Pippo Inzaghi e a quel Milan 10° del 2014-2015.

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