Go to Top

Seguendo la flotta

Riceviamo e pubblichiamo un bel racconto amarcord di Antonio Gervasi del Gruppo Taranto Mia.

“Ossigenarsi a Taranto /
è stato il primo errore /
l’ho fatto per amore /
di un incrociatore /
e sono finita /
su un rimorchiatore.”

Così Laura Betti, nel 1960, avviava la sua interpretazione di “Seguendo la flotta”, su testo di Alberto Arbasino; vedere per credere: https://www.youtube.com/watch?v=7ojnKPM0ZrA (esisteva anche un’altra valida interpretazione di Paolo Poli: https://www.youtube.com/watch?v=69zt64YPbps ).

Io i capelli non me li sono mai ossigenati, ma nel mio rapporto con Taranto l’amore c’entra, e non certo per errore, come invece chiosava la mitica Betti. Amore per Taranto e per il Taranto, praticamente due facce della stessa medaglia. Ma procediamo con ordine.

Sono nato nel luglio 1945 (precisamente il giorno 11; 11 luglio, vi ricorda qualcosa, a proposito del magiko rossoblù? Praticamente un predestinato…) in un paesino del Salento di 5.000 abitanti. Papà buonanima era operaio in Arsenale, assunto nel 1941 in pieno periodo bellico, e viveva con mamma in una minuscola mansarda in via Cesare Battisti dalle parti dell’attuale farmacia Quaranta. I miei non avevano la possibilità di tenermi con loro, per cui io vivevo con i nonni materni nel paesino natale. Sporadicamente raggiungevo i genitori per qualche giorno; di quelle rare sortite a Taranto ho vivo un ricordo particolare: il rombo pesante ed invadente degli idrovolanti che molto bassi sorvolavano casa in avvicinamento finale all’idroscalo Bologna (Mar Piccolo), con mia madre che mi insegnava a cantare “romba, romba motore….”; era un segnale del destino per la mia vita professionale di pilota che continua ancora oggi, ma ovviamente io non lo potevo sapere e guardavo intimorito ma anche estasiato i maestosi idrovolanti (HU-16 Albatros, ho saputo poi…) prossimi all’ammaraggio.

Nell’estate del 1957 i miei traslocavano nella loro nuova casa in via Generale Messina ed io, ovviamente, mi sono ricongiunto alla famiglia che, nel frattempo, mi iscriveva in 2^ media alla Dante Alighieri.

FU AMORE A PRIMA VISTA!!!

Intendo dire: AMORE per Taranto e per il Taranto, che già fin da allora ho considerato come una parte del tutto, cioè un’appendice calcistica (importante) di un grande affetto per la città, sviluppatosi poi in legame fortissimo che dura ancora oggi a distanza di 60 anni.  Sia chiara una cosa: ho conosciuto, e mi ritengo fortunato per questo, una Taranto che alla maggior parte dell’attuale tifoseria rossoblù, per ovvie ragioni anagrafiche, è oggi praticamente sconosciuta. Una città multicolore, provinciale ed aristocratica nello stesso tempo, comunque interessante e di gran lunga più vivibile rispetto a questi ultimi anni. Oltre tutto, la Taranto dei circoli degli ufficiali di Marina, dell’arsenale militare e dei cantieri navali era all’epoca ancora una città “povera, certo, ma deliziosa”, come ebbe a dire un suo illustre cittadino, il giornalista Sandro Viola. Una delle città più curiose ed eleganti d’Italia “dalla vita stradale euforica, mossa e vivace, dove spira un’aria esilarante, stimolante, direi cantabile”, registrava un altro giornalista, il veneto Guido Piovene… In una parola: una città dotata di CULTURA degna di tal nome.

Ed è precipuamente sull’aspetto culturale di quella Taranto che voglio soffermarmi il giusto in questa sede, prendendo a riferimento il contesto delle “Celebrazioni Salentine” organizzate nel 1954 in sinergia tra Provincia e Comune. Il 24 ottobre di quell’anno infatti, nel “Salone di Leonida” della Provincia, il prof. Carlo Del Grande (insigne grecista ed ordinario, all’epoca, di letteratura greca presso l’Università di Bologna) pronun­ciava la dotta conferenza su “Archita e i suoi tem­pi”, che l’Amministrazione Provinciale di Taran­to volle a ricordo pubblicare. La sola introduzione della conferenza, qui da me testualmente virgolettata, rende l’idea dell’humus culturale che albergava ancora in quella Taranto degli anni ’50.

 “Eccellenze, Autorità, Signore, Signori,

 Permettete che inizi il mio dire ringraziandoVi d’avermi invitato a questa celebrazione d’Archita. Per me, uomo del sud avvezzo a vi­vere al nord, è dolce cosa tornare a queste plaghe di grato clima, ove il paese vanta colori più vivi e l’antico è più vicino all’animo nostro. Certo i miei occhi nulla hanno visto mai di più riposante della curva dei vostri lidi, cingenti a cerchio la conca del vostro mare. La visione di per sé basta ad evocare la città e la vita d’un tempo, nella sua gaiezza e nella sua bellezza. Taranto antica fu certo città benedetta dalle Muse per la sua invadente musicalità. Qui l’arte musica fu dappri­ma definita scientificamente, da Archita ed Aristosseno; di qui mosse una delle vie precipue per l’iniziazione musicale e teatrale di Roma; qui, dopo anni tumultuosi, restò perenne il costume di vivere secondo tenore di dolce saggezza, se un poeta come Orazio, osservatore acuto d’ogni accordo tra forma di vita e sapienza interiore, desiderò tra­scorrere gli ultimi suoi anni tra il Galeso e l’Aulon; qui, negli anni tardi romani e nel medioevo bizantino, la tradizione musicale ellenica restò vivace ed operante.

Ancora con Paisiello, piu’ d’un millennio dopo, ad ascoltare la  “Nina” , si riscontrano melodie, come quella del pastore, organate secondo ritmi propri dell’arte greca più pura: e ciò non per voluto ritorno erudito, ma per costume persistente ed inconscio di tradizio­ne vetusta. L’orecchio dell’esperto coglie qui, nella parlata popolare, meglio che in altre parti d’Italia il gioco continuo delle sillabe lun­ghe e brevi, soprattutto nelle parole d’origine greca; e ne resta com­piaciuto e divertito, come di segno distintivo d’una stirpe eletta.

Il che poi non vuol dire ambiente chiuso a quanto di bello ci venga di fuori. Tutt’altro! Anni fa mi trovavo qui la mattina d’una dome­nica estiva. Passando per la piazza maggiore vidi una chiesa, e v’entrai. Ad un altare si celebrava Messa. Era il momento dell’Ele­vazione. All’organo un monaco eseguiva un brano del  “Parsifal”: l’incanto del Venerdì santo.

Restai ammirato e sorpreso; era la prima volta che udivo, in una chiesa cattolica, durante la Messa, quel brano, e per di più al vertice del Canone. Pensai che soltanto in una città musicale, ligia all’amore dell’arte in sé, quella esecuzione fosse pos­sibile, quasi testimonianza di tendenza all’espressione pura, fuori d’ogni giustifica di contingenza.”

Taranto, quindi, “città musicale, ligia all’amore dell’arte in sé”, diceva l’insigne Carlo Del Grande negli anni ’50. Una musicalità che da adolescente mi raggiunse per via diretta attraverso la parlata dialettale con quell’inconfondibile, musicale appunto, cadenza “dorica” esclusiva, come poi ho scoperto negli anni, del capoluogo jonico e ben differente dalla topografia dialettale di tutto il Salento; parlata che ho abbastanza bene acquisito nel corso degli anni, soprattutto con le frequentazioni scolastiche, liceo classico Archita in primis.

Già, l’Archita: che scuola, che docenti, che difficoltà nello studio dei classici, che basi formative ed aperture mentali ha espresso per generazioni di studenti. Ne sono orgoglioso ancora oggi, a distanza di 51 anni dal conseguimento del diploma di maturità, all’epoca tostissimo perché articolato su 4 scritti, 9 orali ed i programmi degli ultimi tre anni. Ovunque sono stato, soprattutto in Italia, ho sempre trovato il modo di parlare dell’Archita di Taranto e del fatto che ho addirittura avuto una professoressa in comune con Aldo Moro, che quel liceo frequentò durante il ventennio fascista; mi riferisco a Caterina Ridola, all’epoca docente di Storia dell’Arte nonché sorella del noto monsignor Ridola parroco, se ricordo bene, della Madonna del Carmine. Tra i tanti nomi noti che potrei citare, un altro illustre frequentatore dell’Archita è stato il mio quasi coetaneo Armando Spataro, tarantino DOC nonché prestigioso ed integerrimo magistrato già in prima linea nella lotta contro il terrorismo ed attualmente Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Torino. In un suo libro di grande successo (“Ne valeva la pena”) menziona la sua esperienza formativa presso il nostro liceo classico con toni a dir poco coinvolgenti.

Dicevo della musicalità nella Taranto di quegli anni. Ricordo ancora le stagioni estive di musica operistica nella Villa Peripato; così come ricordo, ma purtroppo mi sfugge la circostanza dell’evento, lo spettacolo di 25 (venticinque) bande sinfoniche magistralmente raggruppate, coordinate e contestualmente dirette dal maestro Pietro Argento per un unico megaconcerto notturno sulla rotonda del lungomare. E che dire della fanfara della Marina Militare che tutte le sere sfilava dal ponte girevole (Ammiragliato)  fino all’ingresso dell’Arsenale suonando la ritirata dei marinai in libera uscita? Esiste ancora quella mini-cerimonia?

La formazione del Taranto 58-59

La formazione del Taranto 58-59

Dalla musicalità in senso stretto della Taranto di quegli anni, nel mio universo adolescenziale, il salto verso un altro tipo di musica fu breve: si trattava della formazione del mio primo Taranto, che snocciolavo a memoria quasi canticchiando e che ricordo ancora oggi: Soldaini, Bartoli, Manzella; Alloni, Odling, Giorgis; Redegalli, Fiorindi, Biagioli, Giammarinaro, Ferrarese. Che musica, ragazzi; musica allo stato puro presso il gran teatro, pardon, presso lo stadio Mazzola. E qui si impongono, ineluttabili, un paio di digressioni più umane che calcistiche, la prima riguardante Tony GIAMMARINARO e la seconda il mitico stadio Valentino MAZZOLA.

Infatti i due riferimenti testè citati (Giammarinaro e stadio Mazzola) sono intrecciati più di quanto si possa credere; ma procediamo con ordine. Il 14 ottobre 1923 venne inaugurato a Taranto il motovelodromo “Corvisea”, capace di circa 12.000 posti ed intitolato successivamente a Valentino Mazzola, brevemente transitato nella U.S. Pro Italia (durante, sembra, il servizio di leva nella Regia Marina Militare), in memoria del campione che fu una delle vittime della tragedia di Superga (4 maggio 1949); a seguito della quale il Grande Torino fu proclamato vincitore del campionato a tavolino e gli avversari di turno, così come lo stesso Torino, schierarono le formazioni giovanili nelle restanti quattro partite. E chi giocava nella squadra ragazzi granata, andando a segno due volte, durante quella triste appendice del campionato 1948/49?

Lui, Tony Giammarinaro. Sono riuscito a rintracciare in Internet (potenza della Rete: https://www.facebook.com/photo.php?fbid=1506151259677581&set=p.1506151259677581&type=3&theater ) una foto scattata il 15-05-1949 all’ “esordio” di quella mesta squadra giovanile dopo la tragedia di Superga, con le firme che consentono di individuare i singoli calciatori tra cui, appunto, Giammarinaro. Ecco quindi il legame struggente, direi unico, che lo univa allo stadio Mazzola durante la sua permanenza in rossoblù. Il 20-3-1960 il Torino, retrocesso in B per la prima volta nella sua gloriosa storia e nella commozione dell’Italia intera, scese a Taranto da capolista; il risultato di una partita giocata senza risparmio da entrambe le parti fu 0-0, ma tutto il pubblico era vicino più del solito a Tony Giammarinaro per i motivi di cui sopra; lui giocò con il pianto nel cuore, ma disputò una partita memorabile contro il suo doloroso passato, impartendo calcio d’alta scuola ai vari Bearzot, Bonifaci, Virgili, Ferrini. IO C’ERO al Mazzola in quella partita, e la porto ancora nel cuore.

Antonio Giammarinaro

Antonio “Tony” Giammarinaro

Sotto il profilo più squisitamente tecnico poi, voglio aprire da altra angolazione una parentesi importante a lui dedicata. Negli interventi di “amarcord” saltuariamente postati sui guestbooks rossoblù, leggo di solito citazioni encomiabili riferite ai vari Pietro Maiellaro, Franco Selvaggi, Marco Tartari, Romeo Benetti e così via, sempre parlando di centrocampisti o mezze punte dedite alla gestione del gioco. Io ovviamente, l’anagrafe parla chiaro, ho visto tutti i succitati calciatori, ma ignoro quanti tra chi mi legge (molto pochi, secondo me….) hanno visto giocare anche Tony Giammarinaro, ed affermo quindi con cognizione di causa, e ferme restando le valutazioni personali di chicchessia, che un paragone tra LUI ed i vari Maiellaro, Selvaggi, Tartari, Benetti è improponibile, e non solo perché si parla di calciatori di epoche distanti tra loro; il paragone non si pone perché, senza voler offendere alcuno, i vari Maiellaro, Selvaggi, Benetti e Tartari potevano al massimo legare i lacci degli scarpini a Tony GIAMMARINARO: classe cristallina, tecnica completa, visione di gioco superiore, uomo squadra in ogni senso, costanza di rendimento normalmente elevata, personalità connotata da totale affidabilità. L’intera squadra ruotava intorno alla sua sapienza calcistica, e se talvolta (molto raramente) si prendeva qualche pausa, la tifoseria tutta realizzava come il 50% del Taranto era  legato al suo rendimento. Peccato che il resto della squadra, comunque una buona squadra, non fosse alla sua altezza……

In ogni caso io posso dire che c’ero; e posso aggiungere che l’ho visto giocare tantissime volte chiedendomi, come tanti, che ci stesse a fare LUI in serie B nel Taranto; io da rossoblù viscerale, solo per questo, mi ritengo fortunato.

Voglio ora descrivere a chi ha avuto la pazienza di seguirmi fin qui la mia giornata tipo al Mazzola, dalla seconda metà degli anni ’50 fino al 1966, l’anno in cui lasciavo Taranto per Roma, dove tuttora risiedo.

Avevo all’epoca due problemi, almeno fino al 1960 (15 anni di età): come raggiungere il Mazzola e come entrare per vedere la partita. C’era poi un terzo problema al rientro a casa, di cui dirò dopo.

Il trasferimento al “cambo” avveniva da clandestino, e non ero il solo a praticarlo. Ci appostavamo un paio di amici in via Cesare Battisti, angolo via Scira, ed “a volo” salivamo abusivamente sull’asse posteriore di qualche carrozza a cavallo che all’epoca noleggiavano i tifosi adulti per raggiungere lo stadio. Spesso ci andava bene, ma quando qualche altro ragazzo a piedi (invidioso?) segnalava al cocchiere la nostra presenza “gratis et amore dei” questi, senza alcun preavviso, menava frustate all’indietro (ed alla cecata…) verso la nostra postazione per farci sbarcare subito; frustate che noi non vedevamo partire e che quando andava proprio male ci colpivano in faccia, essendo noi seduti sull’asse in senso contrario alla direzione di marcia. Quante ne ho prese, e quanto “ascuavano”; ma pur di vedere il magiko, andava bene così.

Secondo problema: ingresso al campo. Funzionava già allora la tecnica standard di “maestr’ ‘ma fà trasè?”, ma con una variante: quando, iniziata la partita, i cancelli poderosi del Mazzola venivano chiusi e non si era riusciti ad entrare con la prassi del “maestr’ ” scattava la fase due. Uno di noi, di solito piccolo e molto magro, passava attraverso le sbarre verticali del cancello, quindi tirava dentro il successivo, che veniva anche spinto dal di fuori ed a sua volta, appena entrato, praticava la stessa tecnica di tira/spingi che continuava fino all’ultimo in attesa. La procedura (?!?!) andò avanti per anni, fino a quando un giorno uno di noi, più robusto del massimo consentito dalle sbarre verticali, non rimase letteralmente incastrato tra loro, non riuscendo ad entrare ma neanche a liberarsi per andar via. Fu necessaria la fiamma ossidrica dei Vigili del Fuoco per liberarlo, e poco tempo dopo furono installate delle barre orizzontali che, ahinoi, ci inibirono la specifica risorsa.

Del tifo dell’epoca ricordo bene tre momenti topici: intanto ogni calcio d’inizio era preceduto dal lancio rituale dalla tifoseria, sulla terra battuta del Mazzola, di molti pacchi di sale grosso, considerato un portafortuna per le sorti dell’incontro. C’era poi il rito della scazzottata al centro della gradinata tra il primo ed il secondo tempo: molti marinai di leva legati alla squadra ospite, forse maliziosamente consigliati, si piazzavano, appunto, al centro della gradinata pensando di poter tifare “gratis” per i loro colori; nell’intervallo della partita (non ho mai capito perché sempre e solo nell’intervallo….) si apriva puntuale tra il pubblico un cerchio di 7/8 metri di diametro e tre o quattro di loro, ancorchè in divisa, venivano letteralmente rimbalzati a cazzotti in tutte le direzioni; roba da avanspettacolo… Per amore di precisione storica, faccio presente che il centro della gradinata del Mazzola era presidio fisso dei rossoblù da Taranto vecchia.

Il terzo momento topico era per me il più esilarante, ed era collegato al mio terzo problema di malato rossoblù: il rientro a casa dopo la partita. Mi spiego meglio. Nell’epoca di cui sto parlando (fine anni ’50, inizi anni ’60) non esistevano, almeno a Taranto, cori organizzati dalla tifoseria, canti, o altre manifestazioni simili. Al Mazzola esisteva un unico, possente, inconfondibile incoraggiamento ritmato all’unisono da 1o/12.000 ugole rossoblù: AR-SE-NA-LE; AR-SE-NA-LE; AR-SE-NA-LE. Non me ne vogliano gli odierni malati rossoblù ma, credetemi, quelle quattro sillabe si prestavano molto meglio ad essere ben sincronizzate rispetto all’attuale “Forza-Taranto”, ed incutevano il giusto timore reverenziale negli avversari o nella tifoseria ospite. Manco a dirlo, quello stupendo ritmo tetrasillabato proveniva dal periodo in cui, nell’immediato dopoguerra, il calcio tarantino era rappresentato dall’U.S. Arsenale Taranto, squadra composta per lo più da militari della Marina Militare, promossa in serie B nella stagione 1945/46. AR-SE-NA-LE, AR-SE-NA-LE, gridavo a pieni polmoni; col risultato che, rientrato a casa puntualmente senza voce, scattava il rito dei ceffoni di mamma (buonanima) preoccupatissima per la mia afonia nei successivi giorni di scuola. Esattamente in questo coincidevano il terzo momento topico della partita al Mazzola ed il terzo momento critico del rientro a casa…………… bisbigliando appena.

Nel 1966, vincitore di concorso in accademia militare, lascio Taranto per Roma dove, come dicevo in apertura, risiedo tuttora e dove ho speso di fatto la maggior parte della mia vita; tra poco, 20 ottobre 2016: 50 anni di “romanità”. Peraltro pochi mesi prima di lasciare la meravigliosa città bimare che tanto mi aveva dato nella crescita adolescenziale, facevo in tempo a vedere realizzato il nuovo stadio “Salinella” di cui, ovviamente, voi sapete tutto. Altresì, avevo fatto in tempo ad assistere personalmente alla posa della prima pietra dello stabilimento Italsider; quante speranze riposte in quell’evento epocale, quanti sogni; e quanto orgoglio per la città che cresceva a vista d’occhio con l’immigrazione da tutta la Puglia, dalla Basilicata e dall’alta Calabria. Nel merito non aggiungo altro perché è nota a tutti l’attuale situazione ambientale di Taranto……

Da Roma, approfittando della posizione centrale dell’Urbe, cominciavo a seguire il magiko, negli anni gloriosi della serie B, in numerose trasferte: Perugia, Terni, Reggio Emilia, Parma, Caserta, Bergamo, e così via. A Bergamo, ricordo ancora, perdemmo 2-0 con una bella rete del grande Gaetano Scirea, che all’epoca sbocciava nell’Atalanta per poi passare alla Juve ed alla Nazionale. Un altro singolare ricordo mi porta a Lecce, 21 giugno 1987, Taranto-Genoa 3-0, giornata definita dalle due tifoserie “Giallorossoblù” per convergenti obiettivi del Lecce (promozione in A proprio a scapito del Genoa) e del magiko (salvezza dalla C). Quella partita l’ho vista da una posizione particolare, cioè dall’alto, svolgendo servizio in elicottero.

Taranto dall'alto, negli anni 60.

Taranto dall’alto, negli anni 60.

Avete letto bene, dall’alto, perché nel frattempo, oltre a tifare Taranto, le vicende della vita mi avevano fornito l’opportunità di volare come pilota professionista in diversi angoli del mondo, cosa che faccio ancora oggi e voglio continuare a fare fino a che …. mi regge la pompa (= il cuore), come dicono qui a Roma. Tra l’altro le attuali risorse informatiche hanno azzerato le distanze, per cui tra Internet, telefonate varie con alcuni malati rossoblù come e forse più di me riesco ad abbattere i fusi orari ed a….. soffrire per i magici colori come se fosse il primo giorno insieme ai fratelli tarantini. Tanto per dire: Nicola Leggieri, mio compagno di classe all’Archita ed amico per sempre: mancino naturale ed a suo tempo autore, durante un allenamento del Taranto (davanti a 5.000, dicasi cinquemila spettatori; lui tra le fila del Circolo universitario “Casalini”) di un pregevole  doppio tunnel ai danni di Ivan Romanzini, che non la prese affatto bene e gli intimò senza mezzi termini di non riprovarci più, pena fratture multiple ad entrambe le gambe; e poi: Pietro Gioia, Peppino Gaeta, Gerry Albano, Gian Antonio Mendoza, ecc. ecc. .

Scrivo molto poco sul guestbook della Fondazione ed ammetto tranquillamente che non mi ritengo all’altezza delle frequenti disamine di tattica calcistica, ivi espresse in maniera competente e serena dai vari Lambrugo, Romanzini, gianlucasostegno, Albiuser, Leno Tarima, ecc., tanto per citarne alcuni. Nel profondo del mio cuore rossoblù continuo a pensare ad un calcio non dico meno esasperato dalle moderne pressioni che conosciamo bene, ma sicuramente più romantico; talvolta mi lascio andare nello struggente ricordo del palleggio magistrale di Tony Giammarinaro in procinto di lanciare sull’ala sinistra Amalio Ferrarese, col suo doppio passo alla Biavati e con le folate di polvere sollevate sulla terra battuta del Mazzola; continuo a scandire nel mio intimo il ritmo martellante di AR-SE-NA-LE, AR-SE-NA-LE.

Unica debolezza extra-Taranto è stata per me, ed in buona parte lo è ancora, Enrique Omar Sivori, il Maradona degli anni ‘50/’60, el Cabezon, el Gran Zurdo, el Primero, el Mejor, el Mas Grande, eternamente chiquìn. Ma questa è tutta un’altra storia, e non è ora né qui la sede per raccontarla.

Roma, 26 settembre 2016                                                                                                                                        Antonio Gervasi (Gruppo Taranto Mia)


DISCLAIMER
Il sito fondazionetaras.it ospita alcune rubriche gestite da tifosi e/o associati i cui contenuti rappresentano il pensiero dei rispettivi autori e non quello dell’associazione che si esprime unicamente attraverso lo strumento dei Comunicati Ufficiali e/o articoli a firma diretta della Redazione.

L’A.P.S. “Fondazione Taras 706 a.C.” non si assume alcuna responsabilità sui contenuti pubblicati dagli autori delle rubriche. Inoltre, per evitare deprecabili situazioni (quali l’inserimento di foto pornografiche o oscene, l’inutilità di commenti volgari, offensivi e/o atti ad incitare la violenza) l’A.P.S. “Fondazione Taras 706 a.C.” si riserva il diritto di eliminare tutti quegli interventi che sono solo di insulto e di nessuna utilità al dibattito. L’autore rimane l’unico responsabile del contenuto dell’articolo pubblicato.

0 Responses to "Seguendo la flotta"

  • Originalpeppino
    originalpeppino
    28 settembre 2016 - 10:56

    Grandissimo, Antonio. Mi hai fatto rivivere emozioni forti che, alla nostra veneranda età, non credevo più possibili,

  • Pietro_Gioia
    Pietro_Gioia
    28 settembre 2016 - 11:10

    Grazie Antonio, pur non avendo vissuto quel bellissimo periodo di Taranto, mi hai trasmesso forti emozioni.