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Taras Reporter | Le pietre dello stadio

Riportiamo un estratto dell’interessante articolo di Jacopo Rossi sul blog Zona Cesarini, riguardante la situazione degli stadi.

Inutilmente, magnanimo Kublai, tenterò di descriverti uno stadio, dagli alti gradoni. Potrei dirti di quante file sono le curve fatte a scale, di che sesto gli archi dei tunnel d’ingresso, di quali lamine di metallo sono ricoperti i sanitari; ma so già che sarebbe come non dirti nulla. Non di questo è fatto lo stadio, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato. Ma lo stadio non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto nelle rotondità dei seggiolini, nelle griglie delle reti, negli scorrimano delle scale, nella pelle ruvida dei tamburi, nelle aste dei bandieroni, ogni segmento rigato a sua volta di graffiti, adesivi strappati, motti e svirgole.

A grandi linee Italo Calvino, qualora si fosse dedicato a un libro capace di raccontare ogni stadio e non solo ogni città, avrebbe potuto iniziare così: spiegando quel che i tifosi di ogni latitudine provano per quel catino, più o meno brutto, più o meno vecchio, al quale delegano le gioie domenicali. Succede nei più nobili palcoscenici come negli stadi più ruvidi. Quasi a distinguere i ceti sociali, c’è chi ha il posto a sedere e chi si affolla alla bell’e meglio su gradoni ai limiti del praticabile o su un greppo erboso.

L’avrebbe scoperto col tempo, Calvino, e l’avrebbe saputo raccontare. Aveva una splendida penna e molto da dire. Avrebbe fatto entrare il suo Marco Polo cinquantacinque volte in uno stadio sempre diverso e uguale, tornando all’unità, al séma, all’atomo di ognuno di essi: la singola pietra, ché «senza pietra non c’è arco». Molte di quelle pietre e di quegli archi, oggi, non ci sono più.

Lo stadio evolutivo

Se per i tifosi (sempre meno, purtroppo), quelle pietre rappresentano qualcosa di estremamente fisico, per un club uno stadio rappresenta un qualcosa di ben più volatile, ma vitale. Taglieggiate spesso dai Comuni di appartenenza, costrette a pagare affitti da capogiro e a rimpallarsi con i Comuni stessi le spese di gestione, le società vedono negli stadi di proprietà una sicura fonte d’introito, essenziale per bilanci dissanguati dalla corsa all’acuto di mercato.

Non è un caso che dopo gli imprenditori brillanti degli anni Novanta (i frutti del loro lavoro spesso marciscono in serie adesso infime), sulle poltrone più alte siedano palazzinari, costruttori, Re Mida del mattone e dell’infisso. È un’alternanza insana ma congenita, che segue la naturale devoluzione del pallone e si scontra con le amministrazioni comunali. Su mille, uno ce la fa. Nessuna città italiana, calcisticamente degna di questo nome, negli anni non ha assisto a querelle infinite tra presidenti e sindaci, irrorate da progetti, proposte, rilanci, utopiche cittadelle sportive in grado di arricchire il tessuto urbano, veti, polemiche.

montezemolo ciao italia 90 stadio

Terrorismo di stadio

A questo si aggiunge una sacrosanta paura: Italia ’90 brucia ancora. Non tanto per i malnati rigori di Serena e Donadoni, ché tanto ha sempre avuto ragione De Gregori, quanto per i tredicimila miliardi di lire svaniti in un deserto costellato da alberghi fantasma, parcheggi esanimi, stazioni ferroviarie quanto mai effimere e, appunto, impianti nati morti o giustiziati a sangue freddo in fase di ristrutturazione.
Lo stadio San Paolo, per dirne uno. I lavori per quel mondiale gli regalarono una copertura non richiesta e un terzo anello oggi chiuso, oltre a un maxiprocesso conclusosi tra assoluzioni e prescrizioni.

Altro caso eccellente è rappresentato dalla barese Astronave San Nicola, progettata da Renzo Piano. Tra la macilenta pista d’atletica e l’allora futuristica copertura in teflon, volata in buona parte via in una notte di vento, di solido vi sono rimaste solo le spese di manutenzione.
Si aggiunge a questo rosario il Sant’Elia di Cagliari, più volte rimaneggiato e messo a posto, tanto da diventare un’irreale matrioska di tribune, settori e tribunette e costringere la squadra isolana a giocare a Trieste prima e a Sant’Elena poi, in un napoleonico quanto contestato esilio, terminato con un altro scandalo, poi dissoltosi.

stadio sant'elia cagliari

Leggermente diverso il caso del Delle Alpi di Torino, stadio costato da solo ben 226 miliardi e abbattuto appena maggiorenne. Motivo? Ingenti costi di gestione, una progettazione miope, frequenti allagamenti. Al suo posto sorge l’ambizioso e futuristico (stavolta sul serio) Juventus Stadium di omonima proprietà, che convoglia nelle casse bianconere svariate decine di milioni di euro ogni anno. Pietre moderne, con poca storia ma con tanta sostanza.

Impressionante l’epopea del vecchio stadio granata, il Filadelfia, le cui pietre potrebbero raccontare storie di gloria, di scudetti, di goleade (dieci reti all’Alessandria, per dire), di campioni assurti a leggenda, prima e dopo la morte. Per mezzo secolo. Il Toro vi ha giocato ininterrottamente fino al 1963, dopo un’infausta parentesi talmoniana. Da allora è stato verde pubblico, area residenziale, potenziale campo d’allenamento, scenario post-atomico. Verrà riconsegnato alla città, si dice, nel prossimo maggio.

stadio Filadelfia Torino

Fin qui la parte dell’articolo riguardante l’Italia, continua a leggere l’articolo su Zona Cesarini, qui.