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Il mio Iaco | L’autografo di Erasmo

di Alessandro La Tanza.

Sono passati 40 lunghi anni da quella maledetta notte tra il 5 e il 6 di febbraio del 1978, una notte buia che ci aveva portato via per sempre Erasmo Iacovone.
Quel ragazzo era stato immediatamente un esempio per tutti, in primis per noi bambini all’epoca studenti delle elementari; in quel Taranto che allora veleggiava fiero in cadetteria, Iaco era il “numero nove”, un idolo per ogni ragazzino, il centravanti che traduceva in reti il lavoro dei compagni di squadra. La particolarità di Iacovone, che ne faceva un idolo da ammirare, era l’incredibile dose di umiltà che traspariva in ogni suo gesto ed in ogni comportamento.
Iaco abitava in viale Virgilio, era dirimpettaio di un mio carissimo amico di scuola nonché compagno di banco e capoclasse. Quel mio amico, Nico, me ne parlava sempre bene, mi raccontava delle tante bussate fatte a quella porta di fronte, sul suo pianerottolo, per chiedere al calciatore Iacovone una maglia, un pallone, o il racconto delle azioni di gioco delle partite domenicali.
Io che domenicalmente mi godevo Iacovone al Salinella, accompagnato da mio padre, pensavo un giorno di andare a trovare a casa quel mio amico di scuola, per poter incontrare finalmente il mio idolo. A casa ovviamente avrei dovuto dire a mia madre che a casa di Nico ci sarei dovuto andare per fare i compiti del giorno dopo. Mai bugia poteva essere più produttiva, infatti arrivato a casa di Nico riuscivo insieme a lui a bussare alla porta dell’appartamento abitato da Erasmo sul pianerottolo, a incontrare Iaco, e a parlarci; riuscivo finalmente a farmi raccontare le sue imprese domenicali, i suoi duelli con gli stopper più forti e più alti e con i portieri più forti. In quella occasione non avevo macchine fotografiche con me, non avevo mezzi per immortalare l’evento. Oggi con gli smartphone mi sarei fatto con lui almeno un “selfie” per far scoppiare di invidia gli altri ragazzini, ma all’epoca quegli strumenti oggi sfoggiati da chiunque a qualunque età noi non li avevamo.
Una idea splendida e risolutiva mi risolveva il problema; feci una richiesta, a Iaco, con la segreta speranza di avere risposta positiva. Lui ovviamente si aspettava che gli chiedessi il classico pallone da calcio o la maglietta rossoblù numero nove rigorosamente in lana maniche lunghe e marca ennerre. Non era, la mia, una di quelle richieste assolutamente “classiche”; in sostanza la mia richiesta si traduceva in una sua foto autografata e dedicata al sottoscritto. Erasmo veniva colto di sorpresa, quella richiesta di quel ragazzino cui brillavano gli occhi era davvero particolare, e naturalmente lui voleva esaudirla, ma in quel momento lo vedevo stranamente tentennante.
Non riuscivo davvero a capire il motivo di tale titubanza. Mentre stavo per perdere le speranze di avere una foto autografata, il caro Iaco mi spiegava i motivi del palese imbarazzo. Erasmo in maniera incredibilmente umile, confidava a me e al mio amico Nico che non sapeva scrivere bene in italiano, tant’è che ci invitava a studiare ed andare bene a scuola per evitare di avere nella quotidianità quei problemi che lo facevano sentire in imbarazzo.
In realtà io volevo solo un suo autografo sulla foto, ma nonostante tutto Erasmo scrisse una dedica personalizzata dietro una foto, donatagli da un fotografo suo amico, che lo ritraeva in allenamento mentre palleggiava con il compagno ed amico Selvaggi sullo sfondo.
Quella dedica recitava così: “al piccolo Alessandro, a ricordo del mio campionato nel Taranto, con affetto, Erasmo Iacovone”.
Immaginate cosa potevo provare in quel momento; avevo in mano una foto autografata di Erasmo, eccezionale. Il mio amico Nico mi diceva di non avere nulla del genere se non un pallone gentilmente donatogli da Erasmo, pertanto dovevo considerarmi fortunato a possedere qualcosa di unico e personalizzato.
Ero talmente contento del regalo che il giorno dopo, a scuola, mi presentavo vestito da calciatore con la preziosa foto in mie mani per far scoppiare di invidia tutti i miei compagni di classe.
La scuola elementare era la Virgilio, e in quella quinta classe parecchi erano i miei compagni che giocavano a pallone, moltissimi in strada, tanti altri nei campi in terra battuta che una volta sorgevano alle spalle della Chiesa Concattedrale in viale Magna Grecia, molti altri ancora in quella miriade di società che calcavano i campi di calcio del rione Tamburi.
Il maestro non approvava la mia divisa di giornata, visto che quotidianamente eravamo soliti
indossare il grembiule con lo “scudetto” che identificava anno e classe, ma la comprese quando feci fare il giro della classe alla foto e alla dedica di Erasmo.
Il mio maestro, tifoso domenicale del Taranto, che il lunedì ci faceva fare le esercitazioni scritte per leggere meglio il giornale e la cronaca sportiva dello stesso, comprese quell’entusiasmo che sgorgava spontaneo da un ragazzino che aveva vissuto qualcosa di eccezionale, l’incontro con uno dei suoi idoli domenicali.
Mi invitava, il maestro, a non ripetere l’abbigliamento “particolare”, visto che a scuola, all’epoca, ci tenevano ad insegnarti la buona educazione anche nel vestire, ma i complimenti con il sottoscritto per quel che avevo fatto vennero spontanei, al punto tale che per punizione mi venne assegnato un tema a casa sull’argomento.
Mai compito a casa veniva compiuto con tanto piacere, visto che raccontavo con un fiume di parole quell’incontro e tutto quello che provavo domenicalmente nel vedere le imprese di quel fantastico Taranto trascinato verso traguardi incredibili proprio dai gol di Erasmo Iacovone.
La mattina del 6 febbraio mi presentavo a scuola come al solito, puntualissimo. Mio padre non avrebbe tollerato una entrata in ritardo, ma già a casa l’aria solitamente tranquilla del lunedì mattina non era la solita.
Le radio locali iniziavano a trasmettere la notizia della morte di Iacovone, l’episodio dell’incidente, le prime scarne notizie in attesa di conferma.
Mio padre non aveva il coraggio di dirmi nulla, anche se nei suoi occhi traspariva una tristezza infinita.
Arrivavo a scuola all’oscuro della tragica notizia, che scoprivo proprio entrando alla Virgilio. Qualcosa di grave doveva essere successo, visto che molta gente era confusa e in particolare il mio amico Nico era in lacrime, disperato, e assolutamente inconsolabile.
Era scomparso il nostro idolo, era la fine di un sogno, era il concretizzarsi di un incubo, il peggiore tra quelli che si non si vorrebbero mai vivere.
A scuola quel giorno non riuscivamo a combinare nulla, tutti in preda al pianto. Nel pomeriggio accompagnato da amici di mio padre riuscivo a recarmi all’obitorio ma la visita al caro Iaco era impossibile, c’era una folla immensa. Riuscivo solo a farmi raccontare le imprese di Petrovic, il nostro portiere, che aveva rotto con un pugno il vetro della porta della stanza che ospitava il ladro investitore del caro Erasmo.
Il giorno dopo per la prima volta, e forse l’unica nella mia vita di studente, mio padre non si opponeva alla mia assenza da scuola, incredibile, lui che mi mandava sempre, anche con la febbre altissima perchè il dovere è dovere. Riuscivo a recarmi alla chiesa di san Roberto Bellarmino, dove era stata allestita una camera ardente con la bara di Iaco. Ricordo il feretro con la parte superiore in vetro e coperta per tre quarti da una bandiera rossoblù. Era visibile solo il volto di Erasmo, un volto che ogni tifoso del Taranto non dimenticherà facilmente.
Il giorno dopo ennesima assenza a scuola, c’erano i funerali allo stadio, quindicimila persone avevano rinunciato come il sottoscritto agli impegni di studio o di lavoro settimanali.
Io volevo stare li a tutti i costi, e non potendo essere accompagnato in quella occasione da mio padre, venivo scortato da alcuni suoi amici, che mi portavano a vedere il funerale allo stadio nel settore Tribuna Non Numerata, che volgarmente noi tifosi chiamavamo “Tribuna in piedi”, perchè eri coperto dalla pioggia ma la partita non potevi vederla seduto ma, appunto, stando in piedi.
Anche il cielo quel giorno piangeva tanto; veniva giù tantissima pioggia, una pioggia costante e fredda, che non riusciva minimamente a allontanare nessun tifoso dagli spalti.
“Iaco è vivo e non ci lascerà” gridava la gente, mentre il feretro faceva il suo ultimo giro di campo, quel campo che aveva visto Iacovone indiscusso protagonista di un Taranto lanciato verso la conquista per la prima volta della sognata serie A.
I primi giorni di febbraio solitamente si identificavano con il periodo di carnevale, un momento di festa e di gioco per ogni bambino.
Mia madre nei giorni seguenti la tragedia mi chiedeva da cosa volessi vestirmi, visto il periodo carnevalesco e viste le tante feste cui ero stato invitato.
Decidevo senza indugio, con molta fermezza, di non vestirmi, di non festeggiare il carnevale. Non c’era nulla da festeggiare per un tifoso come me che da pochissimo aveva perso uno dei suoi idoli preferiti.
Non mi sono vestito più, nel periodo di carnevale, da sempre definito dal sottoscritto un periodo triste, anche per via del freddo e del tempo inclemente che statisticamente si presenta come un orologio svizzero dalle nostre parti, quasi sempre baciate dal sole.
Quell’episodio triste, quella morte prematura di un ragazzo di soli ventisei anni, quella morte di un idolo dell’adolescenza, costituiva uno spartiacque per tutta la città di Taranto e per noi tarantini.
La morte di Iacovone era stata un incredibile punto di svolta per tutta Taranto, una città che aveva vissuto anni di floridità economica, che aveva manifestato il benessere reddituale della sua gente, aveva visto tante attività fiorire e dal punto di vista sportivo aveva visto la crescita costante e evidente della sua squadra di calcio, proiettata verso il massimo campionato di calcio nazionale.
Dopo la scomparsa di Iacovone nulla era più come prima, sia nella vita quotidiana sia in quella sportiva.
Il lento declino della nostra bella Taranto era cominciato simbolicamente proprio quella maledetta notte tra il 5 e il 6 febbraio del 1978, una città travolta e spazzata via da un destino decisamente avverso che ci aveva privati in un sol colpo della possibilità che tanti sogni potessero tradursi in splendida realtà.
Quel che ricordo e ricorderò sempre del caro Erasmo, è l’esempio che ci ha lasciato in eredità, quell’umiltà che dovrebbe essere una qualità fondamentale da possedere in dosi massicce, che ti fa tenere i piedi per terra anche quando non si dovrebbe, che ti fa vedere il futuro un pochino più roseo anche quando le cose invece vanno male.
Ancora oggi, nonostante i miei 48 anni, continuo a giocare a calcio, ovviamente per puro diletto e per il piacere di stare due ore insieme agli amici di sempre.
Durante la partita settimanale talvolta mi capita di dover colpire di testa il pallone, e quando lo faccio, non posso fare a meno di ricordare quegli stacchi di Erasmo che lasciavano lo stopper avversario di stucco e indirizzavano il pallone nella rete avversaria.
Ancora oggi, a distanza di quarant’anni, nonostante il calcio sia cambiato, nonostante abbia visto fior di campioni calcare i campi di tutta Italia e di tutta Europa, ricordo sempre ciò che ha fatto un ragazzo splendido che ha segnato una intera generazione, le cui gesta oggi racconto a mio figlio ogni volta che mi chiede chi sia stato Iaco, passando dal settore Curva Nord dello stadio a lui intitolato, ammirando la statua che lo ritrae.
Ognuno domenicalmente, più o meno espressamente, una richiesta al caro Erasmo la fa, guardando quella statua.
C’è chi chiede di vincere la partita domenicale, c’è chi chiede di aiutare il Taranto a uscire dalle secche del dilettantismo nel quale purtroppo combattiamo oggi, c’è chi magari gli chiede conforto per problemi personali.
Iaco è diventato parte di tutti noi, parte della quotidianità di una città che si è identificata in quel ragazzo umile e schivo cui tutti volevamo bene.
Ed è per questo che a distanza di tanti anni lo ricordiamo sempre, non solo in questo periodo di febbraio per l’anniversario, ma 365 giorni l’anno, perché Erasmo Iacovone è stato molto più di un calciatore, è diventato un simbolo, che vive quotidianamente nei cuori di tutti, di chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e ammirarlo, e di chi ne rivive le gesta attraverso i nostri racconti.